“Lettera aperta” e legislazione

  “Lettera aperta” al mondo della Musica e del Canto, della Medicina e della Ricerca,

dell’Arte e delle Arti Terapie

tratto dal libro di Mirella de Fonzo, Neurocanto, salute e benessere con le Arti Terapie,  parte terza, capitolo primo, Roma, Armando Editore, 2018 , pp. 242-246

 

I motivi per cui ci addentriamo nel labirinto di una legge che riguarda le Arti Terapie e, tra queste la musicoterapia, sono legati al fatto che la terapia su basi canore, ancora oggi in Italia, non collocandosi epistemologicamente in un settore proprio, autodisciplinato, si trova costretta a vedersi trascinare in quel carro legislativo che fa capo alla musicoterapia.
Di neologismi che lasciano trasmigrare il canto all’interno della musica, come musicantoterapia o vocalmusicoterapia, se ne possono creare quanti se ne vuole, perché sappiamo bene che cantare significa “fare musica con la voce”, ma sappiamo altrettanto bene che le proprietà canore endogene sono assai dissimili da quelle prettamente musicali.
Andiamo a sbirciare tra le evoluzioni o rivoluzioni del mondo della musicoterapia, non certo per una curiosità che si lascia annegare nella banalità, ma per quella che si vuole tuffare con l’intento di pescare ogni venatura costruttiva.
Da qualche anno nel mondo della musicoterapia è affiorato, talora in maniera spinosa, un dibattito, la cui posta in palio ha raggiunto picchi nevralgici, seppur in un clima di indifferente tensione, da quando nell’ottobre 2015 la norma UNI 11592, applicativa della Legge n. 4 del 14 gennaio 2013, si è insinuata tra professioni e figure operanti nel campo delle Arti Terapie.
In teoria questa legge nasceva con l’intento principale di volersi adeguare e avvicinare alle norme e ai dettami europei ma, di fatto se ne allontanava.
Per comprendere le dinamiche interne dei retroscena della legge, relative alle spinte in una direzione piuttosto che un’altra, si è costretti ad entrare in certi sottili ingranaggi e questioni socio-culturali non del tutto facili da districare. L’Europa, pur avendo inserito la musicoterapia tra le Arti Terapie, ha però gestito le norme in modo da lasciare che musica e canto rimanessero interni ai percorsi terapeutici in ambienti sociosanitari. Una vasta documentazione ci porta vividi esempi della gestione europea di questi operatori.
E a questo proposito, non va trascurato il fatto che una buona parte del lavoro di sperimentazione sia stato principalmente rivolto al canto.
In Italia nel 2010 si era intravista una prima proposta di legge. Ma seguirono anni spesi tra “precarietà”, “non riconoscimento” e “nessuna regolamentazione”.
Poi nel 2012, su iniziativa di alcuni deputati, la “Proposta di legge” riemerse per dare un riscontro e una soluzione chiara alla richiesta di regolamentare la figura professionale del musicoterapista. Una proposta ben impacchettata, pronta a riconoscere le funzioni sanitarie e che addirittura, con un occhio agli altri paesi, furono così divise: preventiva, riabilitativa, terapeutica. La fatidica legge n. 4 sulle nuove professioni esce il 14 gennaio 2013, per mettere in chiaro le differenze fra professioni regolamentate e non regolamentate.
Il testo dell’articolo 1 della legge 4/2013, ai numeri 1 e 2 recita che la musicoterapia è “attività artistica non organizzata secondo un ordine e collegio e, in quanto soggetta a tale limite, non può essere confusa con attività riservate, ai sensi dell’art. 2229 del codice civile, ad altre professioni, nello specifico con quelle sanitarie, che invece lo sono”. La parola “terapia”, inclusa nel termine “musicoterapia”, è rimasta nel testo di legge – come dichiarato dal legislatore – perché utilizzata negli altri paesi del mondo, e perché è intesa non in accezione medica, ma come attivazione di uno stato di benessere in generale. Nel marzo 2013, istituiti la Commissione e il tavolo di lavoro GL 011 UNI dedicato alle ArtiTerapie e all’opera per circa due anni, fu deciso con estrema facilità l’assorbimento della musicoterapia all’interno della logica istituzionale delle ArtiTerapie, lasciando che si interpretasse – come unica motivazione – l’adeguamento alle linee europee.
Nell’ottobre 2015 la Norma UNI 11592 sulle “Arti Terapie” viene così resa pubblica. Pubblicata la norma, da quel momento allo studente aspirante a questa professione e quindi alla formazione in musicoterapia (considerata disciplina artistica di vertice all’interno delle Arti Terapie) sarebbero stati richiesti i titoli di studio musicali (laurea triennale); l’EQF 6 (European Qualification Framework) e la frequenza di un corso di 1200 ore.
Contemporaneamente, compare… sulla “scena dei dottorati” la neolaurea in Psicologia del Benessere alla Cattolica di Milano che il caso ha voluto vedesse la luce nello stesso mese della regolamentazione secondo la citata norma UNI 11592.
Intanto, per non perdere il treno, si sono affollate scuole e ancora scuole, allargate a macchia d’olio e moltiplicate su tutto il territorio nazionale per la formazione di operatori in grado di destreggiarsi tra le quattro arti fuori da qualsiasi ambiente sanitario, nell’unica ottica di produrre “benessere”, quindi – come decretava la legge – non esulando mai dalla matrice puramente artistica. Qualcuno in questa legge aveva visto solo una “privatizzazione selvaggia” di certe giovani professioni, con il reale pericolo di rendere tali figure rispondenti più ad una varietà (aut “un varietà”) di animatori sociali che non ad operatori appositamente formati e preparati per combattere la malattia e agire nel migliore dei modi a servizio della “salute”, se occorra, anche in ambito socio-sanitario.
La legge invece ha scelto l’arte negli atelier del Benessere a discapito dell’arte negli ambienti sanitari. La legge italiana ha seguito… e inseguito l’idea che la formazione di un arteterapeuta, essendo questo impastato d’arte, “deve essere gestita da artisti e non medici e deve usare linguaggi artistici creativi”. Non importa se l’arte si manifesta con spennellate di colore, o se vestita con il fascinoso abito del tango o del dramma di una recita teatrale, oppure a suon di chitarre e tamburelli… senza far mai ricorso alla voce, fino a che il canto continui a rimanere in una indecifrata zona del limbo, in ascolto e in contemplazione quasi mistici. E in più, qualora venisse fuori la voce, estirpata come un dente dolorante, anche il canto, per proprietà transitiva, dovrebbe mantenersi nondimeno a distanza da qualsiasi ambito socio-sanitario.
Volendo ridurre al minimo i nodi di tutta la questione, e in mezzo a tanta confusione, due sono i punti nevralgici di rivendicazione:
1. I musicoterapisti reclamano la loro posizione socio-sanitaria
2. I cantoterapeuti esigono visibilità, giacché anche la ricerca ha dimostrato le grandi risorse psicofisiche procurate dalla voce cantata, persino nelle patologie più serie
Per molte scuole d’arte e centri di formazione di natura quasi sempre privata, in cui l’essere creativo padroneggia, il “dopo legge” ha già dato l’avvio ufficiale alla gara sfrenata di riconversione in Scuole di Arti Terapie, per altrettanti sicuri investimenti, appoggiati dalle fresche e variopinte norme legislative.
E comunque, data la situazione contingente… tutti devono adeguarsi, come la vecchia scuola di Assisi che deve aggiornare il POF3, se non si vuole rimanere isolati e in discesa economica. Si corre per dare inizio ad una “nuova era”, perché mai, prima d’ora, si era determinato un percorso scolastico, formativo, artistico, piantato sul termine terapia. Incuranti del cambio di direzione e senza sospettare che si stesse confezionando “un abito nuovo con i ritagli della vecchia stoffa”  si pensava a festeggiare, a brindare alla salute di chi sarebbe rinato con l’ARTE, perché è l’alba in quelle scuole dove ferve il brulichio di “rinnovamento” tra pareti bianche, appena dipinte o ridipinte, con un profumo diffuso di pulito. Si aprono le porte alle nuove iscrizioni: centinaia di ragazzi, in possesso di diplomi accreditati, si mettono immediatamente tutti in riga e in regola, allineandosi ai nuovi dettami legislativi. E intanto si sistemano gli organici, che si adeguano alla norma, si dà l’avvio ai corsi e il buongiorno ai docenti delle giovani generazioni, potenziati dall’euforia, ma già curvi sotto il peso di pluri-diplomi di lauree, di master, di corsi, di seminari, di crediti qualificati e qualificanti. E poi c’è sempre chi si appropria dell’oggi in vista del domani, quello stesso che – ingiallito – tornerà a impregnarsi di odore di vecchio.Come si può intuire le lotte interne alla musicoterapia, spesso si sono complicate, mischiandosi o accavallandosi, giungendo anche alla “petizione” nei confronti del Ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, per il riconoscimento della figura del “musicoterapista”, figura che ha assunto un’importanza sempre maggiore all’interno del sociale. «Pertanto chiediamo alle forze politiche e sociali, – scrivevano i firmatari – ai parlamentari, a tutte le autorità preposte alla verifica dei parametri professionali inerenti al Disegno di Legge Governativo sulle Professioni, di approfondire con noi la possibilità del riconoscimento della figura del “musictherapist”, coerentemente all’orientamento internazionale»4.
Il 12 ottobre 2016 nasce il CUM Sanità, “Consiglio Unitario dei Musicoterapisti Italiani per la Professione Sociosanitaria” una forma compiuta di associazione professionale (vedi p. 247). “Il nucleo dei soci fondatori – scrive Rolando Proietti Mancini – è costituito da musicoterapisti attivi a tempo pieno presso strutture pubbliche e private, presenti nei settori sanitari, socio – assistenziali ed educativi, e da un rappresentante degli studenti”… “La finalità è di raccogliere documentazione, raccordare tra loro i professionisti attivi sul territorio nazionale e promuovere contatti con le Istituzioni, allo scopo ultimo di ottenere il riconoscimento della figura professionale del Musicoterapista come professione sociosanitaria”.
Il 2017 si è configurato dunque come l’anno che ha visto in votazione alla Camera – in Commissione Affari Sociali – la proposta fatta dal CUM Sanità di inserire nel DdL Lorenzin l’attivazione dell’area delle Professioni Sociosanitarie, iniziativa legislativa che i relativi fautori dichiaravano ormai matura per l’approvazione da parte del Parlamento. Infatti il suo interno è costituito proprio dalla delibera di attivazione dell’area delle professioni sociosanitarie, la stessa prevista dalla legge 502 del ’92.

 

In nota Rolando P. Mancini aggiunge e precisa: il Mise (Ministero dello sviluppo economico) chiarisce il contenuto della legge 4 del 2013 e alla domanda "L’iscrizione di una associazione nell’elenco di cui al comma 7 costituisce “riconoscimento” dell’associazione stessa?" risponde: "NO, l’elenco ha una finalità esclusivamente informativa e non un valore di graduatoria o di rilascio di giudizi di affidabilità da parte del Ministero dello Sviluppo Economico. 

Il 1 ottobre 2018 il Mise ha chiarito definitivamente (circolare: https://www.mise.gov.it/images/stories/documenti/Circolare-1-ottobre-2018-nr-3708c.pdf) i limiti della legge 4 in materia di riconoscimento; in sostanza le Associazioni delle Artiterapie e consimili non hanno avuto la possibilità di iscriversi all'elenco del Mise connesso alla legge 4.